Diario di una fuorisede

Diario fuorisede – Quarantena

DISCLAIMER: Per mantenere questo articolo il più “puro” possibile, ho deciso di annotare le mie sensazioni come se fosse una sorta di diario, senza andare ad editarle, per condividere con voi nella maniera più autentica i miei pensieri.

È il 10 Marzo, è ufficialmente iniziata la quarantena. Qualche giorno fa le tv erano inondate dalle immagini di gente alla stazione centrale di Milano, che si accalcavano sui treni per tornare al sud. I fuorisede che sono andati via. Io sono nell’altra categoria, quella dei fuorisede che sono rimasti. Sono rimasta nella provincia romana, nel mio monolocale, da sola. Qualcuno mi dice che “sono stata coraggiosa”, che ho fatto la scelta giusta restando qui. Ma la verità è che non c’è stata nessuna scelta. L’idea di tornare in Puglia non mi ha mai nemmeno sfiorato, e non l’ho vissuta come una presa di posizione coraggiosa. Semplicemente, io vivo qui e qui sono rimasta. Qualcuno delle mie conoscenze su quei treni ci è salito. E mi sono imposta una riflessione, che andasse oltre il solito “sono incoscienti e vanno ad infettare le famiglie”. Perché non tutti i fuorisede sono uguali. Quando a 19 anni mi sono lasciata alle spalle la casa dove sono cresciuta, sapevo già che non ci sarei mai tornata in pianta stabile. A Roma, come vi spiegavo nell’articolo precedente, mi sono costruita una rete di affetti. Ma non per tutti è così. Ci sono fuorisede che vivono la loro come una condizione temporanea, e non mettono radici. Sono quelli che ogni weekend tornano a casa dai genitori, magari si fanno lavare i panni dalla mamma, a Milano hanno giusto qualche conoscenza. Per loro, affrontare la quarantena in una città dove non hanno nessuno sarebbe stato insopportabile. Io, in qualsiasi momento, posso comporre il numero di almeno 5 persone pronte a darmi una mano con la spesa, andare in farmacia al posto mio o persino portarmi in ospedale se dovesse capitarmi qualcosa. Sono sola, ma non sono sola. Loro sì. È per questo che alle prime avvisaglie sono tornati in quel posto che sentono come casa loro. Ovviamente, non sono d’accordo con la loro scelta, e sono sicura che nelle prossime settimane il sud pagherà un prezzo altissimo.

È il 20 Marzo. Quando sono al telefono con mia madre, scherzo con lei e mi mostro spavalda e piena di energie, come al solito. Mi hanno cancellato il volo Roma-Bari che avevo prenotato per Pasqua. Non sarei partita comunque, con questa situazione così incerta, ma è stata comunque una bella botta. Vorrei abbracciare i miei. In passato siamo stati separati anche per sei mesi, ma non sapere quanto dovrò aspettare per rivederli mi fa stare più male di quanto riesca a confessare. Per non parlare della preoccupazione che mi assale. Quando mia madre mi dice di essere uscita a fare la spesa, spero che abbia preso tutte le precauzioni possibili. Lei probabilmente fa lo stesso per me, anche se non abbiamo bisogno di dircelo esplicitamente. Ci facciamo forza a vicenda, scherzando sul fatto che in fondo a me è sempre piaciuto stare da sola, quindi questa quarantena per me è il paradiso.

È il 3 Aprile. Ma la quarantena è stata prolungata, quindi restiamo tutti a casa. Ormai è ufficiale: nel mio monolocale fuorisede ci festeggerò la Pasqua. Da sola. Non so nemmeno come dovrei sentirmi a riguardo. Per ora mi basta sapere che i miei stanno bene, e pure i miei affetti romani. In venticinque giorni di quarantena, sono uscita di casa BEN tre volte, per fare la spesa al supermercato sotto casa. Non mi sono fatta mancare le videochiamate, che mi hanno permesso di vedere i miei amici con più frequenza rispetto alla normalità, quando riusciamo a trovare una sera per prenderci una birra tuti insieme una volta al mese. Se va bene. E poi ci sono le lezioni online. Vedere i miei allievi un paio di volte a settimana mi fa bene, voglio che sappiano che continuano ad essere seguiti.

È il 6 Aprile. Ormai mi sono abituata (o forse rassegnata?) alla routine da quarantena. Di sicuro la situazione è meno frenetica, sono meno spaventata rispetto a quando ho iniziato a scrivere questo “diario di bordo”. Quando mi chiedono quale sarà la prima cosa che farò una volta uscita dalla quarantena, mi vengono in mente solo cose che voglio fare a Roma. Quell’abbraccio ai miei dovrà aspettare ancora un po’, mi dico, fino a che non sarà sicuro per me e loro andarli a trovare. Ma non è solo quello. È che ci sono tutta una serie di altre cose che voglio fare, prima di andare da loro. Cose che voglio fare a Roma, nella mia città. È proprio vero che sono una di quelle fuorisede “che restano”, perché l’idea di mangiare un gelato all’ombra del Colosseo, ora, mi fa battere più forte il cuore rispetto all’idea di mangiare un panzerotto a casa dei miei. Perché parliamo di ritorno alla normalità, e la mia normalità ormai è qui. Ripenso alle immagini dei ragazzi che si accalcano sui treni, ormai di un mese fa. Penso a tutto quello che si perdono, ogni giorno, continuando a considerare la città che li ospita solo come un appoggio, e non come una nuova patria.

7 Aprile. Inizialmente, pensavo di lasciarmi scivolare addosso la Pasqua, trascorrendola come una normale domenica. Poi mi sono detta che questa cosa mi avrebbe fatto male, su molti livelli. Oggi sono andata a fare spesa, e per il giorno di Pasqua preparerò la pasta al forno che mi piace tanto. Ho preso anche un uovo da scartare. Per quanto possibile, cercherò di trascorrere una bella giornata, circondata dalle cose che mi piacciono.

È il 9 Aprile. Ho ordinato la cena a domicilio. Me ne sono concesse due, questo mese. Due serate in cui la “vecchia normalità” è rientrata un po’ nella mia vita, perché prima della quarantena ordinavo a domicilio almeno una volta a settimana, nei weekend o quando il lavoro mi teneva fuori fino a tardi. Stasera, mentre ritiro la busta che contiene un hamburger al tartufo che mangerò subito e un burrito che scalderò domani per pranzo, mi accorgo dell’adesivo sulla busta.

 

E mi sento gli occhi bruciare. Mi è capitato, in questi giorni, e sarà capitato a molte persone, di ritrovarsi a piangere “senza motivo” o per piccole cose. Beh, dire che state piangendo senza motivo nel bel mezzo di una pandemia globale di cui non si vede la fine mi sembra una bella contraddizione. Ce l’avete eccome un motivo per piangere e sentirvi smarriti. Ho voluto aggiungere questo paragrafo apposta, per sdoganare un po’ anche le emozioni negative che ci stanno attraversando. Non voglio chiudere questo diario dicendo che andrà tutto bene o torneremo ad abbracciarci, ma lo chiudo così: non sappiamo quanto siamo davvero forti, fino a che essere forti non è la nostra unica scelta. Siamo sempre più forti di quello che pensiamo di essere. E siamo in grado di rialzarci.

52 commenti

  • Angelita

    La questione dei fuorisede la sento molto mia, nonostante io non sia una fuorisede. Restare da soli non deve essere stato facile, ma è passata. I momenti tristi si affrontano e poi vanno via 🙂

  • Eugenia

    Per me non è facile ad abituare alla routine quarantena e voglio tornare alla vecchia normalità al più presto possibile! Per sentirmi meglio faccio la palestra a casa

  • xena582

    Ciao tantissimi si sono trovati fuori sede e da soli, mio figlio rientra tra questi. Strano che da te potevi ordinare pranzo da asporto, da me in Campania chiusi e vietati da oltre un mese. Comunque coraggio, passerà anche questa…

  • Tessy Treas

    La quarantena ha cambiato la vita a tutti quanti, e anche per il futuro sarà diversa, cerchiamo di trarre il meglio dalla vita

  • Maria Claudia Pirani

    Stai affrontando questo brutto periodo veramente con tanto coraggio. Non é per tutti riuscire a passare tutto questo tempo isolati dai propri famigliari, speriamo che finisca il prima possibile.

    • rrainbowsplash

      Piangere fa bene, e andrebbe “sdoganato”, perché può servire davvero tanto in queste situazioni

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