Diario di una fuorisede

Diario Fuorisede: Le comodità

NOTA: Visto che i Diari fuorisede stanno sviluppando una sorta di continuità, ti consiglio di recuperare la puntata precedente QUI. Oggi ripartiamo da lì.

Eravamo rimasti ad un robot aspirapolvere. L’ho comprato su Amazon, dopo averlo visto nelle storie di un’influencer che seguo. Nell’istante in cui scrivo, lui sta passando avanti e indietro per la cucina. E mi chiedo “Ma come ho fatto a vivere senza?”.

La verità è che quando vai a vivere da fuorisede alle comodità nemmeno ci pensi. Se sei un universitario, condividerai con altre venti persone un appartamento che probabilmente ha le macchie di umidità sui muri, la lavatrice coi pulsanti rotti e un letto così scassato che ogni volta che ti ci sdrai rischi di finire per terra. È una situazione temporanea, ti dici. Stringi i denti e fai qualche sacrificio.

Quando mi sono trasferita a Roma sapevo già che non sarei più tornata in Puglia se non per le vacanze. Ma non sapevo se sarei rimasta a Roma anche dopo gli studi. Quindi, come quasi tutti, mi sono arrangiata. 

Dopo due anni in casa con le coinquiline, ho cercato un posticino solo per me. Ma era ancora tutto troppo fumoso. Mi sono laureata, ho cercato un corso di specializzazione… E dal 2016 mi sono inserita, un po’ a fatica, come molti miei coetanei, nel mondo del lavoro. Piano piano, un passo alla volta, con le tasche vuote e tante speranze. Anche se all’epoca non me ne rendevo conto, qualcosa iniziava a cambiare. Roma non era più il posto dove forse avrei passato il resto della vita. Roma stava diventando il posto in cui lavoravo, e in cui mi sentivo a casa. 

E allora piano piano ho iniziato a prendermi le mie comodità. Quelle cose che trasformano una tana in una casa. Perché sì, prima di allora casa per me era praticamente una tana, un posto dove tornare a dormire, tenere relativamente in condizioni decenti e basta. L’unica aggiunta che avevo fatto al mio appartamento era un mobiletto per telefono fisso e modem. E basta lì.

Poi sono sbucate le scatole trasparenti IKEA in cui infilare le cose che non volevo buttare, ma a cui non riuscivo a trovare un posto.

Il tavolino su cui sistemare una macchinetta per il caffè a cialde, e la macchinetta. Prima di allora, il caffè la mattina non era contemplato: latte bianco o col Nesquik e via.

La cassettiera per i trucchi, che prima prendevano polvere sul comò.

L’aspirapolvere, per velocizzare le pulizie, al posto della classica scopa con paletta

L’Amazon Echo Dot per ascoltare musica, notizie, impostare promemoria…

Il robot aspirapolvere, che da quando il lavoro è aumentato mi toglie un altro peso.

E l’ultimo acquisto, una sedia da ufficio comoda per le dirette e le lezioni online.

Questa infinita lista racconta ogni volta un pezzo di me. Un momento in cui mi sono detta che non valeva la pena “fare una vita sacrificata” perché quella non era più una situazione temporanea ma stava diventando la mia vita adulta.

Oggi, quando entro in casa, la sento un po’ più mia, anche se non lo è. Però ho già adottato l’atteggiamento che mi piace: quello di “abitare” i miei spazi, e di farli miei. E sono sicura che me lo porterò dietro anche quando avrò una casa mia.

C’è da dire che ognuna di queste comodità è arrivata, sempre e comunque, quando non ne potevo più della situazione precedente, che ormai mi sembrava troppo scomoda e invivibile. Perché, da quando ho iniziato a lavorare e il tempo non mi bastava più, ho capito davvero cosa significasse “semplificarsi la vita”.

E forse questo mi rende un po’ meno fuorisede e un po’ più “comodona”, però non dimentico le mie origini. Infatti i mobili continuo a comprarli all’ikea (ahahah), e a montarli da sola la domenica mattina.

E anche se adesso abito i miei spazi, preparo con religioso rispetto la carbonara col guanciale, e il sabato pomeriggio passeggio a Via Cola di Rienzo, ogni tanto capita l’inaspettato. Ogni tanto capita che, in mezzo ad una pioggia di espressioni romanacce, mi esca qualche parola nel mio dialetto d’origine. Ma questa, è un’altra storia.

[CONTINUA…]

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