Diario di una fuorisede

Diario Fuorisede: la chiamata ai carabinieri

Se ti sei perso l’episodio precedente del Diario Fuorisede puoi recuperarlo qui.

Sei una fuorisede che vive lontana da casa da 5/6 anni. Ormai i genitori hanno fatto il callo al fatto che ti vedono più in foto che dal vivo. Si accontentano delle telefonate giornaliere in cui vi aggiornate su come proceda la vita.

Sei una fuorisede che vive da sola, in un monolocale nella provincia di Roma. I tuoi genitori sono sempre preoccupati che possa succedere qualcosa di brutto.

Sei una fuorisede con genitori ansiosi che vive da sola, e una sera d’inverno la Wind decide che è proprio il momento migliore per fare dei lavori sulla linea.

Sei una fuorisede che non ha il telefono fisso a casa, e che passa la maggior parte della sua giornata a leggere, scrivere e giocare ai videogiochi. Non passi troppo tempo col cellulare in mano.

Sei una fuorisede che non si è accorta dei lavori sulla linea Wind più o meno fino alle 21, quando finalmente prendi il cellulare per chiamare tua madre. Non ti preoccupi della linea morta, fai spallucce e ti prepari un minestrone per cena.

Mentre stai mangiando si fanno le dieci di sera, e finalmente la linea torna. Decidi di chiamare tua madre per comunicarle che sei viva. Sei in ritardo di solo un’ora rispetto al solito orario. Cosa mai potrebbe andare storto?

“Stavo per chiamare i carabinieri”

È la risposta di mia madre. Che non è una semplice roba del tipo “ti mando in collegio”, lei lo stava facendo davvero. E voi sicuramente starete commentando “vabbè ma non le avrebbero mai dato retta, non c’erano motivi per preoccuparsi”.

State sottovalutando la Rainbowmom. Lei non era intenzionata a chiamare i carabinieri, che sapeva che non l’avrebbero mai presa sul serio. Lei voleva chiamare mio cognato, carabiniere, che all’epoca era di stanza in provincia di Avellino. E voleva convincere mio cognato a chiamare la caserma più vicina a me. Magari i carabinieri non avrebbero mai preso sul serio mia madre, ma una chiamata da un collega sì.

Per fortuna la linea è tornata in tempo, altrimenti oggi sarei qui a raccontarvi di quella volta che i carabinieri mi hanno citofonato alle dieci di sera mentre mangiavo il minestrone per chiedermi perché non rispondessi alle chiamate di mia madre. Di sicuro sarebbe stata una storia più divertente da raccontare, almeno se escludiamo tutta la parte in cui mi becco una denuncia insieme alla Rainbowmom per procurato allarme.

Che poi, effettivamente, quando è giusto preoccuparsi?

Credo che dipenda da una serie di fattori. Io in primis, quando mia madre non risponde, due domande me le faccio. Però fino ad oggi nessun episodio mi ha fatto davvero allarmare. Quando ci si deve preoccupare? Dopo un’ora? Dopo dodici? Dopo una giornata? Se so che mia madre è a casa e non mi risponde, già dopo un’oretta mi chiedo se sia successo qualcosa. Se so che è in giro sono “più tranquilla”, mi dico che magari ha il telefono in borsa e non l’ha sentito squillare. 

Dipende anche dalla frequenza con cui si interagisce con le persone. Se chiami i tuoi una volta alla settimana, magari sarai meno preoccupato se non rispondono il martedì e ti richiamano il giovedì. Non ne ho idea.

Credo che la cosa sia un po’ più viscerale. Che dipenda da quella sensazione alla bocca dello stomaco che ti dice che qualcosa non va. È la cosa più vicina che abbiamo ad un sesto senso, che ci fa sollevare il telefono e fare quella telefonata proprio nel momento giusto. Mi capita spesso di mandare un messaggio e ritrovarmi come risposta “sai che stavo proprio per scriverti?”. Sarà che in qualche modo sentiamo quando le persone vicine hanno bisogno di noi, lo sentiamo prima ancora che loro possano formulare quel pensiero. E soprattutto, prima ancora che possano chiamare i carabinieri.

Quella storia però mi ha lasciato un prezioso insegnamento e, di lì a poco, ho attivato una linea fissa. Almeno, se il cellulare non funzionava, la Rainbowmom sapeva come contattarmi. Attivare una linea fissa mi ha permesso anche di avere finalmente un mio Wi-Fi e smettere di scroccare quello dei vicini (ora che non vivo più in quell’appartamento posso dirlo serenamente, grazie signori vicini col Wi-Fi non protetto), e per qualche anno mi sono goduta una linea perfettamente funzionante. 

Poi mi sono trasferita, e ad oggi sono ancora con l’hotspot del telefono per navigare. Probabilmente per attivare di nuovo il Wi-Fi mi serve un’altra telefonata impanicata da mamma.

Almeno qui ho un vicinato tranquillo a cui ritiro i pacchi in cambio di dolcetti. Ma questa, come sempre, ve la racconto un’altra volta.

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