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Diario di una fuorisede: l’abbraccio

Nell’ultimo articolo della serie Vita Fuorisede, che potete recuperare qui, vi parlavo di un abbraccio che avrebbe dovuto aspettare ancora un po’. Quello ai miei, che causa quarantena e confini regionali chiusi, ha dovuto aspettare quasi sette mesi. Ma alla fine è arrivato.

A fine Luglio, con non poche difficoltà per via del lavoro che pian piano sta riprendendo, sono riuscita a ritagliarmi una settimana per andare a trovare la famiglia in Puglia. Ci eravamo visti l’ultima volta a Dicembre, in occasione delle festività natalizie, ed ero rientrata a Roma il 27 Dicembre. Ho rimesso piede sul suolo natio il 19 Luglio, scoprendo quanto poco fosse divertente viaggiare in aereo in piena emergenza Covid (ma probabilmente di quello vi parlerò in un manuale di sopravvivenza). 

Scendo dall’aereo, faccio il percorso obbligato fino al nastro per il ritiro dei bagagli, attraverso le porte scorrevoli intravedo i miei, in sala d’attesa. Faccio gli ultimi venti metri di corsa, ignorando i finanzieri che sono lì (ma che comunque non mi fermano), passo oltre le porte e sono tra le braccia di mia madre. Tutte e due abbiamo gli occhi lucidi, mormoriamo “Finalmente” e ci stringiamo per un tempo infinito. Di solito, mi dicono che sono una persona gelida, quasi di ghiaccio. E invece per una volta mi sciolgo, lascio uscire fuori tutte le emozioni. Mi preparo a godermi una settimana non da fuorisede.

Quando arriviamo a casa ci sono anche mia sorella e i miei nipoti. Mettiamo su il classico pranzo della domenica, e sembra che il tempo non sia mai passato. È quella la parte più strana di essere fuorisede: ogni volta che torni a casa la trovi come l’hai lasciata, trovi la famiglia che ti accoglie come se non fosse passato più di un giorno dall’ultima volta che vi siete visti. E invece, di giorni ne sono passati 205. Più di metà anno. Parliamo della quarantena, dell’emergenza, del virus. Ma non solo. Parliamo di noi, del dondolo che mamma ha comprato per il giardino, dei miei vicini di casa romani che sono dei casinari. 

Per una settimana, non devo preoccuparmi di cucinare, pulire casa, pagare le bollette. Mi sveglio, faccio colazione, mi rifaccio il letto, lavoro fino a pranzo, dopo pranzo prendo un po’ di sole in giardino, lavoro fino a cena. Mi rendo conto di quanto sarebbe più “facile” per me vivere coi miei. Eppure, di quanto non mi appartenga questa vita. Perché ormai sono diventata altro. Perché sono in grado di convivere con le bollette, le pulizie, le commissioni, il lavoro. Non è sempre facile, qualche volta mi tocca lavorare fino a tarda notte, ma è la mia quotidianità. Però stavolta è diverso. 

Stavolta non mi pongo nemmeno il dilemma “Fuorisede o non fuorisede”. Quello ormai è superato da un pezzo, dopo dieci anni di romana adozione. Stavolta sono tornata dai miei dopo non averli visti per sette mesi, dopo aver affrontato una quarantena da sola, non sapendo se ce ne sarà una seconda e quando potrò rivederli. Stavolta, c’è solo voglia di darsi tutti gli abbracci che non ci siamo dati in questi mesi. Il desiderio di mangiare panzerotti, fare colazione al bar con cornetto e cappuccino, fermarsi a parlare con quelle persone per strada di cui non ricordi minimamente l’identità, ma loro si ricordano di te perché ti hanno conosciuta da bambina. Stavolta c’è la voglia di prendersi solo il bello, perché di cose brutte ne ho avute abbastanza.

I fuorisede potranno capire questa parte: spesso tornare al paese d’origine è allo stesso tempo croce e delizia. Gli stili di vita cambiano, diventano incompatibili. Le persone non capiscono i motivi della tua scelta, ti accusano di essere scappato. Se fai un lavoro non convenzionale, devi scontrarti con chi crede che il tuo non sia nemmeno un vero lavoro. Magari passi da una grande città, con le sue comodità, ad un piccolo paese che non ha nemmeno un cinema. Piccole cose, che però possono rendere meno piacevole il ritorno al proprio luogo d’origine.

Tutte queste piccole cose negative sono state spazzate via, stavolta. E forse solo stavolta. Per una settimana, non mi sono preoccupata di niente. Solo degli abbracci da distribuire in giro. 

Sono una persona vagamente ottimista. Credo che il covid ci abbia reso persone migliori? No, mi sembra assurdo pensare che sette e passa miliardi di persone abbiano avuto un miglioramento spontaneo per un virus. Ma credo che abbia reso me migliore. Mi ha fatto fare un piccolo passo sulla strada che mi fa distinguere le cose che contano davvero da quelle per cui non vale la pena preoccuparsi.

La settimana in Puglia vola via così in fretta che a malapena ho il tempo di disfare e rifare i bagagli. Per una volta, però, parto a cuor leggero. Perché di solito tra una visita e l’altra a casa dei miei passano tre o quattro mesi. Invece, stavolta, emergenze permettendo, passeranno solo 30 giorni.

Mentre scrivo questo articolo, sono rientrata a Roma da due settimane. Mi sembrano passati due mesi. Al ritorno ho trovato bollette da pagare, bonifici da fare, lavori da accettare o rifiutare, riunioni in videochiamata quasi quotidiane. Ogni giorno mi è sembrato lungo il doppio, probabilmente perché non sono più abituata a questa “normalità “ che si va formando dopo mesi di lockdown e uscite limitatissime. Mi sembra di essere tornata ai primi tempi da fuorisede, quando ogni cosa era nuova e dovevo imparare ad incastrare tutti gli impegni nella giornata. Solo che adesso sono fuorisede da dieci anni. E ho acquisito la saggezza fuorisede. Sono pronta a ricominciare, primo passo: un robot aspirapolvere che pulisca al posto mio.

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