Diario di una fuorisede

Diario di una fuorisede – Il pacco da giù

I Diari di una fuorisede sono strettamente collegati. Se ti sei perso l’episodio precedente puoi recuperarlo QUI.

Suona il citofono.

“Rainbowsplash? C’è un pacco per te. Occhio, è molto pesante”

Quando il corriere esordisce così, non ho nemmeno bisogno di chiedere cosa sia arrivato. Lo so già. Perché quando pesa così tanto da aver bisogno di un avvertimento non può che essere lui: il mitico, fantomatico “pacco da giù”. Ve ne ho già parlato, in chiave ironica, in un manuale di sopravvivenza che potete recuperare QUI. 

Ma stavolta è una cosa più “a sentimento”. I miei pacchi da giù arrivano prevalentemente da due fonti diverse: mia madre e mia sorella. Entrambi, però, sono caratterizzati dalla scatola, di solito recuperata da qualche supermercato di fiducia, spesso della pasta Divella. Non chiedetemi il perché. 

Quando il pacco arriva da mamma, spesso è di sopravvivenza: dentro ci sono medicine, carne e mozzarelle. Quello di mia sorella invece, di solito è il pacco delle frivolezze, e contiene roba tipo i bicchieri con gli unicorni. Se cambia il contenuto, però, la sostanza non cambia. Quei pacchi sono gesti d’affetto, del tipo “so che non ci vediamo da mesi e ti piacciono le polpette, quindi te ne mando un po’”. Durante la pandemia i pacchi si sono fatti più sporadici, perché il corriere non poteva garantire la consegna in 24 ore, e quindi il cibo rischiava di andare a male. E, se devo essere sincera, la mancanza l’ho accusata parecchio.

In tempi normali diciamo che un pacco ogni due mesi è garantito. Nel periodo autunno/inverno passato credo di averne ricevuti due. So che questa è proprio una di quelle usanze Terrone con la T maiuscola, dure a morire. Ma posso assicurarvi che, quando stai lontana dalla famiglia anche per sei mesi, poter mangiare i prodotti tipici della tua terra ti ci riporta, anche solo per il tempo di un pasto.

Ogni volta che apro il pacco da giù, lo confesso, ho gli occhi lucidi. Perché sento l’affetto delle persone che hanno confezionato quella scatola piena allo stremo di roba.  Uno dei miei pacchi preferiti è quello che arriva a Gennaio, e contiene la mia calza della befana. A 30 anni suonati, mia madre continua a farmela, con la scusa di “mandarmi qualcosa di dolce da mangiare nelle pause di lavoro”. Ovviamente, che nessuno le dica che quella calza dura pochissimo, perché io sono golosa e di pause di lavoro ne faccio fin troppe.

Oggi però, voglio stravolgere una delle vostre certezze. Perché sì, esiste il pacco da giù. Ma esiste anche il pacco “verso giù”. Solo che io, al contrario di mia madre e mia sorella, non ho lo spirito da massaia. Mi imbarazza l’idea di andare a chiedere scatoloni al supermercato. O di andare di persona da Bartolini con una scatola gonfia di cose da spedire in Puglia. Sono millennial, evito le interazioni sociali come la peste.

E quindi, come si fa? Per fortuna viviamo in un’era digitale, e mi limito ad assoldare i miei “sicari” online. Al posto di raccattare personalmente tutte le cose da spedire, impacchettarle e mandarle personalmente, faccio shopping online, facendolo arrivare direttamente a casa dei miei. Compleanni, ricorrenze, ma anche solo un “ho visto questa cosa e ti ho pensato”. Un giro su Amazon e via, il pacco verso giù viene recapitato direttamente a loro, un modo per dire “Ehy, grazie dell’affetto. Lo ricambio con una scorta a vita di prodotti Lush”. Potrei anche raccogliere tutti i pensierini e portarli giù con me quando scendo in Puglia, ma ormai viaggiare col bagaglio a mano è il mio nuovo stile di vita. Quindi lo spazio per i regali è azzerato.

A proposito di bagaglio a mano, tra dieci giorni tornerò in Puglia dai miei. E ho trovato solo biglietti per poter viaggiare col bagaglio a mano. Quindi dovrò far entrare due settimane di roba in una mini valigia. Come andrà? Lo scoprirete nel prossimo diario.

6 thoughts on “Diario di una fuorisede – Il pacco da giù”

  1. Trovo che sia un’abitudine bellissima, che qui al nord, dove siamo freddi, falsi e cortesi, purtroppo non abbiamo. Una mia ex collega pugliese mi raccontava anche di un’altra cosa bellissima: quando andava giù in vacanza, tornava con il baule della macchina pieno zeppo di cose buone per sopravvivere alla vita triste a Torino.

  2. Evviva ai pacchi da giù e dalla mamma, ti fanno sentire più a casa e soprattutto mangi delle vere prelibatezze!

  3. Una delle mie migliori amiche è pugliese e anche lei durante il periodo universitario aveva sempre in mente il “pacco da giù”! Devo dire che anche io nei periodi che ho vissuto all’estero aspettavo con ansia che qualcuno mi venisse a trovare per ricevere qualche prodotto tipico delle Marche inviato da mamma!

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