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Diario di una fuorisede- Il dialetto

ATTENZIONE: I diari fuorisede hanno una certa continuity. Se non hai letto l’episodio precedente puoi recuperarlo QUI.

“Ma che stamo a fà, a prujssion?”

Strada Statale Aurelia. È ora di cena e l’auto davanti a me sembra considerare 40 all’ora una velocità accettabile a cui camminare sulla statale. E così, senza pensarci, mi esce spontanea la frase che leggete qualche riga più su, un mix arabo-indiano. La prima parte, abbastanza comprensibile, è il Romanaccio verace de “Ma cosa stiamo facendo”, mentre la seconda parte viene dalla Puglia profonda delle mie origini e significa “una processione?”.

Il mio ragazzo mi guarda stranito. Ecco, è capitato di nuovo.

Nei momenti di rabbia, gioia o tristezza immensa, io torno sempre alla mia lingua di origine, il dialetto del posto dove sono nata. E volete sapere il bello? Io il dialetto di quel posto non l’ho mai parlato davvero. Al massimo qualche parola qui e lì, ma a casa ho sempre parlato in italiano. Solo che ora, lontano da quel posto, mi rendo conto di come alcuni modi di dire siano tanto calzanti quanto intraducibili. E a volte il dialetto “mi scappa”, proprio come quando da bambino ti scappava una parolaccia davanti ai tuoi genitori.

Solo che non è più “solo” il mio dialetto. Si è unito a dieci anni di assimilazione del romanaccio più verace, che secondo me è uno di quei dialetti che ti entra dentro quasi in automatico. conosciamo già un bel po’ di parole dai film, e quando si arriva a Roma basta qualche mese per integrarsi completamente anche a livello linguistico (anche se di alcune espressioni tipo “mandare bevuto qualcuno” ho appreso il significato solo in tempi recenti).

E così è nato quello che parlo ora, un ibrido romano-tarantino. Una lingua completamente nuova, spesso incomprensibile e frammentata. Proprio come la mia identità fuorisede. Con gli amici più stretti mi sono adattata spiegando loro le traduzioni più appropriate dei modi di dire che spesso tiro fuori. Quando qualcuno mi sente parlare al telefono con mia madre, ridacchia perché il mio accento cambia completamente, passando da “Trastevere” a “Taranto vecchia” in 0.2 secondi. Ma come ci riesci? Mi chiedono.

E la verità è che non lo so nemmeno io. Mi viene naturale parlare tutte e due le “lingue” proprio come una persona bilingue. Solo che io, tra dialetti e lingue straniere, raggiungo il terrificante numero di 7 “lingue” in totale. E se devo dirla tutta, il problema non è solo il tarantino che scappa in mezzo al romanaccio. Perché ormai l’inglese è parte integrante della mia vita, e qualche volta mi scappa pure una parola in giapponese. Nella mia testa deve esserci un gran bel macello linguistico, eh?

Però il fatto che i due dialetti riescano a sposarsi così, insieme, in maniera naturale, come mi è capitato quella sera sull’Aurelia, aggiunge un altro tassello a quel mosaico di identità fuorisede. Ho amici del sud che non hanno mai perso l’accento del loro posto di origine, io il mio non l’ho praticamente mai avuto. Quando parlo normalmente, in italiano, in maniera seria, è difficilissimo riuscire a sgamare qualche cadenza che mi tradisca. In pratica, non appartengo a nessun posto, almeno linguisticamente parlando.

Ma mi porto dietro un po’ di ognuno dei posti in cui sono stata.

Mia madre ve lo direbbe convinta: non ho mai parlato dialetto, non ho mai avuto più di tanto la cadenza del sud. Il mio legame con quel posto è sempre stato solo la mia famiglia. Non ho mai sentito di appartenerci davvero. Non ho mai voluto tornarci a vivere. Ho sempre saputo che volevo crearmi una vita altrove, fare un lavoro che mi avrebbe portata lontano da casa. E che l’anno scorso, causa pandemia, mi ha tenuta lontano da casa più che mai. Su 365 giorni, ne ho passati solo 14 insieme ai miei. Sono così pochi che contarli mi sconvolge.

Chissà se era a questo che pensavo quando, dieci anni fa, ho messo la mia vita in una valigia per trasferirmi nella capitale, partendo alle tre di notte in una macchina piena, ma piena davvero. Sapevo di dover fare dei sacrifici, sapevo che avrei visto meno i miei, ma vederli così poco? Non lo avrei mai immaginato. 

Guardo indietro, alla me diciannovenne che lasciava la casa dei suoi genitori piena di sogni e speranze per il futuro. Mi guardo oggi, a ventinove anni, mentre faccio il lavoro dei miei sogni.

Si potrebbe dire che sono “arrivata”, che questo sacrificio ne è valso la pena. Ma di acqua sotto ai ponti ne è passata davvero tanta, in dieci anni. 

Tipo come quando, a inizio anno, sono finita al pronto soccorso. Ma questa, come sempre, ve la racconto un’altra volta.

50 thoughts on “Diario di una fuorisede- Il dialetto”

  1. Però è bello ogni tanto tirare fuori un espressione della nostra terra soprattutto se si sta tanto fuori casa… è come un legame invisibile.

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