Diario di una fuorisede

Diario di una fuorisede- Di come sono finita in pronto soccorso

Ci siamo lasciati con me che finivo al pronto soccorso (potete recuperare l’episodio precedente qui), e riprendiamo proprio da lì.

Spoiler: ovviamente se sono qui a scrivervi vuol dire che sto bene. Si è trattato di uno scherzetto della mia colonna vertebrale, che a quanto pare negli anni si è “messa comoda” per aggiustarmi la postura.

Inizia tutto il 28 Dicembre: esco di casa per fare un po’ di giri, e come nella migliore tradizione fantozziana mi becco il diluvio universale e un vento che per poco non mi trascina via. La sera, la spalla destra inizia a darmi un po’ di fastidio. 

La situazione peggiora e il 1 Gennaio, dopo un brindisi col mio ragazzo, gli chiedo di accompagnarmi al pronto soccorso: ormai il dolore è così intenso che fatico anche a respirare.

Vivendo fuori regione e non avendo ancora fatto il cambio di residenza ogni volta che sto male devo affrontare un giro di burocrazia molto poco divertente. All’Aurelia Hospital trascorro sei ore, di cui quattro nel reparto Covid. Non c’è niente di rotto o strano, mi dimettono prescrivendomi un po’ di antidolorifico e via a casa.

Due settimane più tardi, grazie ad un’osteopata che probabilmente faranno santa, scopro che i dolori sono dovuti ad una leggera curvatura della colonna vertebrale che non si può correggere, perché è un aggiustamento di postura che mi tiene in piedi e non mi fa cadere in avanti per via del peso del mio davanzale (giuro, è davvero così). Mentre vi scrivo, sto facendo degli esercizi per rinforzare la schiena da settimane, e il dolore è praticamente sparito. (Questa parte la aggiungo solo per non farvi preoccupare: si sa che l’erba cattiva non muore mai)

Ma torniamo a quelle sei ore, che a me sono sembrate sessanta perché ho paura degli ospedali, il mio ragazzo non poteva stare con me per via delle misure anticontagio e sono finita nel reparto Covid. Sono arrivata lì con un leggero dolore alla schiena, mi hanno dovuto attaccare al macchinario che mi monitorava il cuore perché l’ansia mi stava facendo infartare. So che per chi non ne soffre, questa situazione potrà sembrare assurda, ma a me gli ospedali, per via di trascorsi personali, fanno paura davvero. Mi mettono addosso un’ansia che non riesco a scollarmi di dosso nemmeno per sbaglio.

E sapete chi altri era in ansia? Il mio ragazzo, che attraverso le porte trasparenti mi ha visto passare in barella. E che ha dovuto chiamare mia madre per avvertirla. E mia madre e mia sorella, che probabilmente avranno perso vent’anni di vita sentendo che ero in ospedale. Perché succede anche questo, quando si vive lontani da casa. Le cose diventano amplificate. Mia madre voleva violare la zona rossa e raggiungermi. quando sono uscita dall’ospedale, ho dovuto fare almeno una decina di chiamate. Se la cosa si fosse risolta in tempi più brevi, probabilmente non avrei nemmeno detto ai miei che avevo fatto un giro al pronto soccorso, visto che poi si è rivelato “nulla di grave”.

E per questo mi sono beccata una strigliata da mia madre, come fossi una quattordicenne tornata a casa tardi da una festa con gli amici. Perché quando sei lontana da casa e stai male, non dici niente. Non dici niente perché sai che le persone che ti vogliono bene si preoccuperebbero più del dovuto, non potendo fare nulla di concreto per aiutarti. E quindi al telefono dici che va tutto bene, anche quando hai la febbre, anche quando hai preso una storta e non riesci a camminare, anche quando quell’allergia maledetta proprio non vuole saperne di lasciarti in pace. Solo che poi mia madre ha ragione. Ricevere di punto in bianco una chiamata dal mio ragazzo che le ha detto che ero in ospedale dev’essere stata una botta terrificante. Ma io credevo di fare la cosa giusta, evitando di dirle delle contrattura. E forse, tornando indietro, lo rifarei pure. 

Perché a distanza è tutto amplificato. Incluse le paure e i dolori. Se dici ai tuoi che stai male e magari tardi a telefonare la sera, penseranno che sia capitato tutto il peggio che ti poteva capitare. Perché sono genitori e ragionano così: preoccuparsi più del dovuto è parte integrante del loro lavoro.

Di sicuro una giornata in pronto soccorso non è il sogno di capodanno di nessuno, ma ora che sono passati mesi la vivo come una magica avventura. Di cui ricordo principalmente gli infermieri che si sono presi cura di me, due professionisti veri che hanno fatto di tutto per calmarmi. E la mia cartella clinica, dove c’è scritto che la mia ASL di appartenenza è quella di Taranto. A ricordarmi, ancora una volta, che essere fuorisede significa essere sempre un po’ spezzati a metà. 

Con tutti i pregi e i difetti del caso. Come, ad esempio, il consumo altalenante di caffeina In base a quanti amici vedi in una giornata. Ma questa, come sempre, ve la racconto la prossima volta.

 

Rubrica “Diario di una Fuorisede”

Lost Wanderer

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Diario di una fuorisede, di quella volta al pronto soccorso

36 thoughts on “Diario di una fuorisede- Di come sono finita in pronto soccorso”

  1. Come ti capisco! Ho vissuto fuori dalla mia regione e proprio in questo periodo ho cominciato ad avere dei problemi di salute che mi hanno fatto sperimentare l’ebbrezza della corsa al pronto soccorso locale! Una paura infinita perchè ero sola e come dici tu a distanza tutto si amplifica 🙁

    1. Il giro in pronto soccorso al tempo della pandemia è una di quelle esperienze che ci saremmo risparmiati volentieri ahahah

  2. Mi sono molto immedesimata nella tua situazione, intanto perchè anche io ho paura degli ospedali in generale e in questo periodo di più. Ma anche perchè anche io soffro di mal di schiena spesso e volentieri, anche nel mio caso provocati da un davanzale troppo accentuato.

    1. La soluzione è mettere sulla sedia, dietro la schiena , un aggeggio chiamato Discosit! Ahahah tiene in modo i muscoli e allevia i dolori

  3. Ciao carissima!

    Ma ora hai risolto i tuoi problemi!?

    Immagino l’ansia e i patemi di chi ti vuole bene, perché vivere distanti, implica anche ciò che dici.

    Un abbraccio
    Mimi

    1. Per fortuna si! Sto attenta a non portare grossi pesi e mi tengo in allenamento per rinforzare i muscoli

  4. Capisco profondamente quello che dici, quando sei lontano cerchi di dire il bello e di non far preoccupare. E’ dura per noi e per loro che ci sono distanti.

  5. Mi dispiace tanto per questa tua brutta avventura! Meno male che non è stato nulla di grave, ma posso capire bene l’ansia e la paura del ritrovarsi in ospedale, per giunta in questo periodo di pandemia. E poi fuori sede! Questo era anche il mio terrore più grande quando vivevo in Spagna, ma per fortuna non mi è successo!

  6. Anche noi viviamo a distanza dalle nostre famiglie e tendiamo spesso a nascondere i malanni, ma quando proprio non se ne può fare a meno cerchiamo comunque di dare la notizia tranquillizzando i genitori, dicendo che sarà una cosa passeggera. Insomma non si può stare sempre bene. Però sono d’accordo con te: a volte è difficile mascherare le situazioni. In bocca al lupo per la tua schiena!

    1. Non si maschera per cattiveria, ma per per evitare che l’altro si preoccupi troppo per una cosa da niente!

  7. Già non è piacevole andare in pronto soccorso quando si è a casa propria, figuriamoci da fuori sede! Con tutte le magagne tra medico di base fuori regione, tessera sanitaria, cavolate burocratiche… Insomma sembra che un fuorisede non si possa proprio ammalare! Per fortuna tutto è risolto ora.

    1. Non so nemmeno come ho fatto a dare la tessera sanitaria agli infermieri ahahah ero troppo sconvolta

  8. Non puoi sapere come ti capisco. Ho lo stesso problema, ma nella zona inferiore della spalla e il dolore NON sparisce da mesi, ma cose che mi blocco per strada e non riesco a togliermi le scarpe senza bestemmiare! Faccio Pilates quasi tutti i giorni è già un mese che aspetto di andare in reumatologia (visita ad aprile! parliamone!) Con il tema covid poi, è tutto peggio! E per la distanza, stessa cosa! Non so mai se dire o non dire come mi sento ai miei per non farli preoccupare. Stessa cosa che fanno anche loro! Amiche di davanzale!

    1. Lascia fare, io ho letteralmente dovuto chiamare non so quanti medici per poter avere un appuntamento il prima possibile, in una situazione di necessità… col Covid è tutto rallentatissimo

  9. Immagino che serata devastante per te, per il tuo ragazzo e per la tua famiglia! Quando sei lontana da casa come fai sbagli, non c’è mai la possibilità di fare le cose per bene! Sono contenta che te la sei cavata senza troppi problemi alla fine!

    1. Per fortuna era solo uno scherzo della schiena per ricordarmi che i trenta si avvicinano! Ahahah

  10. Non che sia bello, ma come dici tu a volte anche delle disavventure si trasformano, a distanza di tempo, in avventure da raccontare e chissà magari da cui prendere ispirazione.

  11. Sono contenta che si sia risolto tutto senza grossi problemi. Vivendo lontano da casa è assolutamente tutto amplificato. Durante le mie 30 ore di travaglio mio marito era incollato al cellulare per aggiornare mia madre in tempo reale!

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